Nel 1966, con la mostra The Other Tradition all’ICA di Philadelphia, il curatore Gene Swenson propone l’idea di una storia dell’arte recente che, libera dalla lettura formalista dei movimenti d’avanguardia, stabilisca come principio interpretativo la condivisione emotiva (non simbolica, né identificativa) tra opera d’arte e spettatore. Nel saggio in catalogo spiega come questa tradizione altra non possa essere descritta da un uso razionale del linguaggio, e guarda a Duchamp, alla relazione innovativa tra parola scritta, rappresentazione e contesto instaurata dal Grande Vetro e relative Note. Nella pittura su vetro non c’è sfondo: la spazialità in cui fluttuano gli elementi dipinti è la stessa in cui si muove lo spettatore.
Come esempio di un linguaggio libero, evocativo nel suo dare nuove regole per definire questa relazione, Swenson cita la nota: Specie di sottotitolo / Ritardo di vetro /
Usare “ritardo”invece di quadro o pittura; quadro su vetro diventa ritardo di vetro – ma ritardo di vetro non vuol dire quadro su vetro. E commenta: “Il termine duchampiano ‘ritardo di vetro’ situa i nostri pensieri nello spazio, o piuttosto porta il processo di pensiero fuori dalla sua strada lineare.
Cominciamo a lanciare in aria le nostre idee come un giocoliere (in un campo gravitazionale a bassa intensità) invece di disporle su una linea logica”. Al di là della storia del fare mostre, c’è una tradizione altra dell’esporre. La riflessione sul contesto espositivo permea l’Avanguardia: mostre fondamentali sono organizzate, allestite (curate?) dagli artisti stessi. Il fenomeno continua ad esistere, parallelamente alla crescita dell’importanza del curatore che dai tardi anni ‘60 in poi si propone con connotati fortemente autoriali. Nel panorama attuale c’è una forma di fluidità tra ruoli. Il punto, sul quale si concentrano MAG e conferenze, non è che degli artisti curino mostre, né il grado di liceità autoriale entro il quale la curatela non debordi nell’artistico, ma la creazione di situazioni ambigue: figure che discutono, forzano la distinzione artista-curatore, o ne prescindono. Pratiche che, come nella definizione della pittura su vetro, creano un linguaggio meticcio con cui ri-definire l’autorialità di chi fa una mostra.
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